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La Società di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino a Venezia, l'Istituto Ernesto de Martino a Sesto Fiorentino, la Lega di Cultura di Piadena, il Circolo Gianni Bosio a Roma, formano un arcipelago di realtà accomunate da modi e prospettive analoghe per il loro fare cultura, ricerca, e per il loro raccontare la storia.

 

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Secondo incontro del progetto
Archivio della Memoria della città di Taranto

Martedì 19 e mercoledì 20 dicembre 2006, alle ore 16.30, presso la Biblioteca Comunale Acclavio di Taranto, in piazzale Bestat 1, avrà luogo il secondo incontro pubblico del Progetto Archivio della Memoria della città di Taranto, promosso dalla Regione Puglia, Assessorato al Mediterraneo, insieme all'Istituto Ernesto de Martino e alle associazioni culturali Società di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino e Venti del Sud.
Questa volta si parlerà dell'Italsider e dei suoi operai, dei cambiamenti che il quarto centro siderurgico ha prodotto, nel bene e nel male, nella città e non solo in quella.
In collaborazione con la Fondazione Ansaldo Onlus di Genova, presso cui è depositato l'archivio Ilva di Taranto, saranno proiettati alcuni film relativi alla costruzione dell'Italsider e alle prime fasi della sua esistenza.
Si tratta di film molto importanti che testimoniano la rilevanza che il documentario industriale assunse tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta nella strategia di comunicazione delle imprese con il grande pubblico che in quegli anni aveva ricominciato ad affollare le sale cinematografiche in tutta Italia. Per girare questi film, che avevano chiaro intento propagandistico, ci si avvalse di grandi registi e altrettanto grandi sceneggiatori e voci narranti.
Dino Buzzati, il grande scrittore bellunese di cui proprio quest'anno si è celebrato il centenario della nascita, è uno di loro.
Suo è infatti il testo de Il pianeta acciaio, film del 1962 su soggetto di Luciano Emmer, musica di Franco Potenza, fotografia di Ubaldo Marelli e Mario Volpi e voce narrante di Arnoldo Foà.
Il film racconta la produzione dell'acciaio nei quattro gli stabilimenti italiani: Taranto, Bagnoli, Cornigliano e Piombino. Le prime immagini riguardano propio la costruzione dell'acciaieria tarantina e il commento di Buzzati è degno dei suoi migliori testi letterari. Lo riportiamo in fondo a questo comunicato.
Dello stesso anno è L'acciaio fra gli ulivi, regia di Giovanni Paolucci, fotografia di Giuseppe Acquari, Luigi Baldi e Fulvio Testi, musica di Valentino Bucchi, testo di Arrigo Ortolani e voce di Mario Colli.
Il film illustra la nascita del tubificio di Taranto, primo elemento del centro siderurgico che l'Italsider costruì nel Mezzogiorno d'Italia.
Attraverso una efficace documentazione retrospettiva lo stabilimento prende forma e da scheletrica struttura di metallo si trasforma in un immenso edificio di acciaio e di vetro, ove, all'interno, vengono collocati grandiosi macchinari.
Sono quindi descritte dettagliatamente le varie fasi della lavorazione dall'arrivo delle lamiere al prodotto finito.
In entrambi i film ci sono degli interessati inserti filmati riguardanti l'abbattimento degli ulivi secolari, delle masserie e delle case che popolavano l'area destinata alla costruzione dell'acciaieria.
Del 1965, invece, è Una storia incomincia, regia di Valentino Orsini con la collaborazione di Lionello Massorbio, fotografia di Mario Volpi, testo di Filippo Sacchi e voce narrante di Enrico Maria Salerno.
Il film è imperniato sull'avviamento del centro siderurgico di Taranto e sulle diverse fasi della lavorazione dell'acciaio. La descrizione del lavoro viene accompagnata da spaccati sulla vita e le condizioni della città e di alcuni paesi della Puglia prima dell'avvento della grande fabbrica e brevi brani di storie di vita di persone assunte a lavorare in Italsider.
Di segno diverso è invece La salute in fabbrica, per la regia di Giuseppe Ferrara, un film del 1972 che affronta il problema della nocività nei luoghi di lavoro, degli infortuni e della tutela della salute dei lavoratori. Il film si sofferma sul lavoro e le condizioni degli operai in un cantiere edile, nell'Italsider di Taranto, alla catena di montaggio di un mobilificio.
Alla proiezione dei film si affiancheranno le testimonianze di chi l'Italsider l'ha vissuto in prima persona. Così la giornata di materdì 19 sarà coordinata da Francesco Maresca, ex operaio, che traccerà le fasi principali della storia dell'acciaieria e delle lotte operaie che la accompagnata, mentre nella seconda giornata Giovanni Guarino, operatore culturale ed ex delegato Icrot approfondirà il tema della sicurezza sul lavoro. In entrambe le giornate sono previsti interventi di altri lavoratori.
Un capitolo a parte, anche se ovviamente parte di uno stesso discorso, è costituito dall'intervento di Maria Antonietta Selvaggio, curatrice del libro Vivevamo con le sirene. Bagnoli fra memoria e progetto pubblicato dalla casa editrice Città del Sole di Napoli. Il libro raccoglie le storie degli abitanti di Bagnoli che hanno convissuto con l'acciaieria fino a quando non è stata chiusa ed è iniziato il lavoro di risanamento dell'area.
Un progetto, quello che ha portato alla stesura di questo testo, non distante da quello dell'Archivio della Memoria della città di Taranto, che intende raccogliere le storie di vita e di lavoro della città.

Quell'altoforno è un drago ruggente
Giuseppe Marcenaro
(«La stampa», Tuttolibri, sabato 23 settembre 2006, p. 3)

Nel 1962 l'Italsider decise di realizzare un film che mostrasse lo stato della siderurgia in Italia. Naturalmente attraverso la «visione» delle sue acciaierie: Taranto, Bagnoli, Piombino, Cornigliano. Avrebbe dovuto essere una specie di controtipo, più moderno, di un'ormai storica pellicola: il primo film industriale italiano, realizzato nel 1934. Col ferro e col fuoco, il vecchio documentario sulle società siderurgiche statali, «viveva», oltre che delle immagini, del commento di Giuseppe Ceccarelli, Ceccarius, una autentica autorità della cultura romana del tempo. Al principio degli Anni Sessanta lo slancio economico italiano, attraverso le proprie aziende, si permetteva, in una nuova forma di mecenatismo, di sollecitare agli artisti e agli scrittori «forme» che coniugassero talento e industria. Il nuovo film durava 18 minuti: soggetto Luciano Emmer, musica Franco Potenza, fotografia Ubaldo Marelli e Mario Volpi, regia Emilio Marsili. Il «parlato» fu affidato a Dino Buzzati, il cui testo subì qualche aggiustamento per essere più organicamente adattato alle immagini. Di quell'originario testo è rimasto un dattiloscritto composto da quattordici cartelle (qui accanto pubblichiamo l'incipit). Reca un titolo: «Parlato» di Dino Buzzati per il documentario Italsider «Il Pianeta Acciaio». Non è mai stato stampato. Infatti questo non era il suo fine. Non nacque con intenti narrativi, saggistici, poetici. E' un testo «anomalo», il «parlato» di un documentario a cui il destino impone forma volatile. Il «parlato» di Buzzati non ha consistenza fisica. Potrebbe non esistere. La sua organicità sta nel doversi coniugare con le immagini. Leggendolo, quelle immagini non si vedono anche se delle stesse è diretto commento didascalico. D'altra parte il «parlato» di Buzzati ha una sostanza del tutto originale: non è un reportage, né un articolo o una composizione letteraria. Tenuto però conto degli universi che hanno reso celebre Buzzati con le sue esplorazioni nelle dimensioni altre, il «parlato» per «Il Pianeta Acciaio» sembra piuttosto il suggerimento affabulante di una seconda dimensione del visibile. Ma per non farla troppo lunga con un esercizio di giochi filologico-critici a rimpiattino e speculazioni tipo «Settimana enigmistica», mi piace immaginare la traccia volatile di questo scritto come una delle «voci» di Buzzati. Nel «parlato-scritto» tutto è verosimiglianza, ma la sua partitura sospesa trasfigura l'assunto realistico. Questa allegoria raccontata, nel buio della sala dove si proiettava «Il Pianeta Acciaio», accompagnava come commento-sensazione il rutilare del film. Una allegoria dove la presenza dell'acciaio è vista nel suo momento più spettacolare, quando è liquido, dentro all'altoforno ed è pronto a essere modellato e che Buzzati chiama «il drago ruggente che ribolle esplode soffia urla». Un «parlato» come diagramma rapsodico. Qui l'avvenimento di cronaca nasce, violenza della normalità, da un formidabile incipit da capocronista: «Guardate». Poi il «parlato» si distende nel far «vedere» i territori dei dintorni di Taranto sconvolti dal progresso. Una piana rimasta silenziosa e immota per secoli, con gli ulivi fin sulla riva del mare. Arrivano «gli orribili dinosauri di metallo». «Era un paesaggio classico... le bestiali macchine vogliono fare il deserto». Non importava niente se gli olivi del tempo di Platone sparivano. Il «parlato» riporta però le voci degli inabissati redenti: quelle dei contadini e dei pastori meridionali rassegnati alla millenaria povertà. Riconvertiti nella nuova «cattedrale immensa di metallo e vetro... si sentono già uomini diversi». «Sono di Massafra... adesso sono al tubificio... sul carro-ponte avrò il mio posto di lavoro... ieri non c'era niente e domani ci sarà un'acciaieria». Il «parlato» di Buzzati - a tratti anche gonfio dell'ampio ottimismo che si diffondeva per l'Italia, proprio in quel tempo - era un testo «commissionato» con specifici intenti: la retorica del gigantismo siderurgico. Eppure a ben infilarsi nelle parole-immagini, pur in un testo d'occasione, i grovigli dello scrittore e del raffinato cronista affiorano: il gusto della scrittura precisa. Le voci degli operai evocate con la fissita' di un ex-voto. Gli attoniti e ingenui miracolati dal dio-progresso, nel «parlato» di Buzzati, parlano con un sorriso soddisfatto. Appena accennato.

Testo di Dino Buzzati per il film Il pianeta acciaio

Guardate.
Una paesaggio classico, il mare, la riva deserta, gli olivi, il sole, le cicale, la pace, la sonnolenza, tutto rimasto immobile e intatto da tempi della Magna Grecia.
Ma ora state attenti! Lo metteranno a ferro e a fuoco letteralmente - Perché?
Quando vivevano Platone e Archimede questo olivo era già nato.
A morte! Dopo duemila anni.
Divelto da una forza infernale, schiantato giù nella polvere come uno stecco.
Si aggirano gli orribili dinosauri di metallo.
Via gli olivi
Via le vecchie casupole
Via le cicale e l'antico incanto mediterraneo, via!
Le bestiali macchine vogliono fare il deserto, una landa senza un filo d'erba
L'hanno già fatto.
Poche ore sono bastate a cancellare i millenni.
E adesso bestioni preistorici miagolanti di soddisfazione fra il sole e il polverone insistono a spianare, pestare, livellare.
Ma perché hanno devastato così?
Perché? Perché gli olivi, il sole, le cicale significavano sonno, abbandono, rassegnazione, miseria.
E ora qui invece gli uomini hanno costurito una cattedrale immensa di metallo e di vetro per scatenarvi dentro il mostro infuocato che si chiama acciaio e che significa vita.
Siamo vicini a Taranto.
Questa è la nuova cittadella dell'Italsider che sarà grande più di Taranto stessa, scheletro metallico che è già diventato fabbrica e che già produce enormi tubi: migliaia di operai vi troveranno lavoro; lavoro tranquillità e fiducia.
Centinaia già vi lavorano,
Venivano dai campi, dai pascoli, dalla rassegnazione
Oggi si sentono già uomini diversi, si sentono finalmente vivi e moderni, non hanno più un senso di vergogna e di invidia quando vedono passare le macchine e i camion targati Torino, Genova, Milano con al volante quei tipi del Nord con le facce così industriali.
Adesso si sentono uguali, altrettanto forti, altrettanto bravi.
Ma lasciamo che parlino loro: diranno magari cose molto semplici ma abbastanza importanti, garantito.

 

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Due nuovi appuntamenti per il progetto
Archivio della memoria della città di Taranto

Venerdì 12 gennaio alle ore 16.30 presso la Biblioteca Comunale Acclavio, incontro con Alessandro Langiu, autore e attore di molteplici testi e spettacoli di narrazione, nel segno del teatro d'impegno civile.
Langiu racconterà il lavoro "invisibile" che precede la stesura dei suoi testi e degli spettacoli. Nel corso della serata ci sarà anche spazio per qualche frammento dei diversi lavori prodotti negli ultimi anni. Si ricordano i titoli degli ultimi lavori: Venticinquemila granelli di sabbia, Otto mesi in residence, Muro, Di figlio padre di figlia madre.

Sabato 13 alle 9.30, sempre presso la Biblioteca, è la volta dello storico orale romano Alessandro Portelli. Docente di letteratura angloamericana all'Università la sapienza di Roma, Portelli utilizza da sempre la ricerca su campo nei suoi lavori che spaziano da argomenti letterari a quelli più propriamente storici. Anima del Circolo Gianni Bosio di Roma, Portelli è anche presidente dell'Associazione Italiana degli Storici Orali.
Fra le sue tante pubblicazioni ricordiamo: Biografia di una città. Storia e racconto: Terni 1831-1985, Torino 1985; La linea del colore. Saggi sulla cultura afroamericana, Roma 1994; Woody Guthrie e la cultura popolare americana, Bari 1975; Il testo e la voce, Roma 1992; L'ordine è già stato eseguito. Roma, le fosse ardeatine, la memoria, Roma 1999, insignito del premio Viareggio nel 2000.

 

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Ultimo appuntamento pubblico per il progetto
Archivio della Memoria della città di Taranto

Argomento: la ricerca etnomusicologica nel territorio tarantino
e il fondo musicale Alfredo Majorano

Martedì 23 gennaio alle ore 16,30 presso la Biblioteca Comunale Acclavio, nell'ambito dell'ultimo incontro pubblico promosso dal Progetto Archivio della Memoria della città di Taranto, si parlerà di etnomusicologia e ricerca su campo nel territorio tarantino.
Si può ancora parlare di ricerca etnomusicologica ai nostri giorni e, se si, che cosa è possibile trovare adesso del partimonio musicale tradizionale in un territorio che ha subito trasformazioni sociali ed economiche così profonde? In che modo queste trasformazioni hanno influito sulla cultura di tradizione orale?
Sono questi gli interrogativi cui si cercherà di dare risposta nel corso dell'incontro a cui parteciperanno lo storico Roberto Nistri, l'etnomusicologo Giovanni Fornaro e Antonella De Palma, ricercatrice dell'Istituto Ernesto de Martino e direttrice della associazione veneziana Società di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino.
E' stata quest'ultima associazione che ha curato il restauro delle registrazioni effettuate agli inizi degli anni Cinquanta da Alfredo Majorano nella provincia di Taranto e custoditi nel Museo etnografico a lui dedicato all'interno di Palazzo Galeota, nella città vecchia.
Un restauro offerto al Comune di Taranto per non rischiare la perdita di un materiale così importante per la conoscenza della musica di tradizione orale tarantina e durato più di un anno. Adesso queste registrazioni sono state restituite alla città in formato digitale, e un assaggio di ascolto sarà possibile, grazie anche alla collaborazione dell'assessorato alla cultura del comune di Taranto, proprio in questa occasione.
Ad Alfredo Majorano e alle sue ricerche sarà dedicata un'ampia parte del pomeriggio. Oltre all'ascolto delle registrazioni, che saranno illustrate dall'etnomusicologo Giovanni Fornaro, lo storico Roberto Nistri racconterà di Majorano e del suo tempo. Filmati d'epoca accompagneranno il racconto.
Terminati gli incontri pubblici il lavoro del progetto Archivio della Memoria della città di Taranto proseguirà con la ricerca su campo. I ricercatori dell'Associazione Venti del Sud e dell'Istituto Ernesto de Martino che partecipano al progetto hanno già raccolto le prime storie che andranno a costituire il primo nucleo dell'archivio. Storie di vita e storie di lavoro del passato più o meno recente, che ci aiutano a comprendere il presente.
A questo proposito i promotori del progetto invitano chi voglia collaborare con il proprio racconto o mettendo a disposizione fotografie o registrazioni o altro ancora a contattarli.

Taranto 1 Taranto 2
Taranto 3 Taranto 4
Taranto 5 Taranto 6

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